LA QUESTIONE DELLA SOVRA-CAPACITà PRODUTTIVA
La questione della sovra-capacità produttiva, è realmente drammatica per il capitale, e sta effettivamente arrivando al punto di poter essere risolta solo con una generale distruzione di una grande quantità di forze produttive, compresa l’umana.
Innanzitutto, è bene ricordarsi che questa tesi è un’astrazione, ovvero un percorso di indagine necessario a fondare una teoria, nel caso specifico del capitale. La teoria è di importanza decisiva, perché senza di essa, cioè la capacità di cogliere l’essenza dell’oggetto esaminato, non si va da nessuna parte. O meglio si va a sbattere contro mille muri. Una volta fissata, però la teoria nei suoi fondamenti coerenti, devono trovare applicazione. E questa è la parte più complicata da svolgere, perché tocca tenere il passo con l’evoluzione del capitale, che pur rimanendo nei suoi fondamenti sempre lo stesso, provoca un cambiamento continuo dei modi in cui trovano applicazione.
Sul tema specifico, ci viene in soccorso il primo che ha elaborato la tesi, Marx. Per lui ognuna delle crisi del capitale si risolve con una distruzione delle forze produttive, ma non di tutte e neanche di una quota di ognuna di esse, ma solo di quelle che, già prima della crisi, erano soccombenti nella concorrenza, essendo state rese obsolete dalle nuove forze emergenti, insomma divenute meno produttive, non solo nel senso di produttività del processo di lavoro, ma anche di forza complessiva che, in ultima istanza si fonda comunque sulla produttività del lavoro. Mentre per quelle già divenute più produttive, la crisi è un’occasione di ulteriore consolidamento ed estensione della loro predominanza. Infatti, secondo Marx, da ogni crisi sorge sempre di più un nuovo equilibrio, che non scaturisce dal nulla, ma era già incubato prima della crisi. La crisi si limita a sancirlo, renderlo esplicito e, appunto dominante, abolendo gli ostacoli che in precedenza lo frenavano.
Marx si riferiva alle crisi economiche classiche, non risulta che si sia misurato con l’ipotesi di una distruzione generalizzata di forze produttive provocata da un conflitto mondiale altamente distruttivo. Dopo di lui ci sono stati e sono stati due. In essi molti (marxisti e non solo marxisti) hanno visto la realizzazione su vasta scala della stessa dinamica che si era manifestata nelle crisi economiche classiche. Effettivamente i due conflitti mondiali hanno distrutto una quantità di forze produttive materiali e umane che corrispondeva a un gigantesco multiplo di ognuna delle crisi classiche. Ma già qui compare una differenza che smentisce l’assunto “ogni guerra mondiale distrugge forze produttive, consentendo al capitale di ripartire per una nuova fase di sviluppo”. Infatti, la Prima guerra mondiale non ha lanciato dopo si sé alcuna crescita in grande stile dell’accumulazione capitalistica, ma, anzi, la peggiore crisi che il capitale abbia mai vissuto, nel 1929. Perché? Da essa, se Marx aveva ragione, non era emerso un nuovo equilibrio in grado di superare le strettoie che avevano generato la crisi e la guerra.
Dopo la seconda guerra mondiale, un nuovo equilibrio è emerso e il capitale ha conosciuto un lungo periodo di crescita che non ha avuto pari, in estensione e intensità con nessuna delle precedenti fasi di crescita. Non ha insomma, semplicemente ricostituito i livelli che aveva raggiunto fino al 1914, ma è andato molto, molto, oltre di essi.
Quale sia, dunque, questo nuovo equilibrio è domanda su cui non si può sorvolare, pena l’incomprensione del “dove siamo oggi”, cioè dove è oggi il capitale e, di conseguenza, “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti”. Certo ci si può sempre autoconsolare confinandosi nella certezza che la classe chiamata ad abolire il capitale prima o poi debba necessariamente elevarsi all’altezza del suo “compito storico”, e, quindi professare l’incrollabile certezza nel nesso crisi-guerra-rivoluzione. Ma ci dovrebbe chiedere come mai finora questo non si sia mai realizzato, cercando di darsi una risposta materialistica, evitando, perciò le comode e consolatorie cacce alle streghe della storia, ai traditori o all’incapacità del tutto soggettiva (e soggettivistica) di costruire il partito, ecc.
Torniamo al punto. Quale nuovo equilibrio è emerso dopo la Seconda guerra mondiale?
Prima di tutto, e in perfetta adesione ai postulati concreti (quelli, appunto necessari a comprendere come la teoria trova applicazione) di Marx, la Seconda guerra mondiale non ha distrutto tutte le forze produttive, e non le ha neanche distrutte pro quota. Le ha distrutte in alcuni dei centri in cui si erano massivamente sviluppate, Europa e Giappone. Negli USA non solo non sono state distrutte, ma, grazie alla guerra, non hanno smesso mai di continuare a svilupparsi, sia in quantità che in qualità. A ben vedere già prima della Seconda guerra mondiale gli USA erano divenuti il paese con il più alto livello di forze produttive altamente sviluppate, non solo nell’industria ma anche in tutti i fattori produttivi (a partire dall’agricoltura che impiegava, già allora, una frazione bassissima della forza-lavoro rispetto a tutti gli altri paesi capitalisti), conglomerati capitalistici già estesi a una massa territoriale paragonabile a un continente, un accumulo gigantesco di capitali che consentivano un assoluto primato in termini di finanza e, anche, una moneta forte, proprio perché fondata su un capitale complessivamente potente. Oltre a ciò, la guerra permise agli USA anche di diventare una potenza militare inarrivabile e, non meno importante, acquisire una predominanza stratosferica (rispetto agli altri paesi) nella logistica marittima e terrestre.
Il nuovo equilibrio post-crisi era, dunque, fondato su una potenza che superava di grandezze incommensurabili tutte le altre, dissanguatesi in tutti i sensi a causa della guerra. Questo è un primo elemento del nuovo equilibrio: non ci sono più molteplici potenze capitalistiche più o meno alla pari che si contendono il primato, ma c’è una che ha decisamente superato tutte le altre e che ha nelle sue mani la possibilità di farle riprendere oppure no. Ciò, per inciso, ci rivela un altro piccolo dettaglio: da una distruzione delle forze produttive il capitale non riparte magicamente dalle sue macerie, ma grazie al fatto che ci siano forze produttive non-distrutte (sempre nel senso complessivo suddetto) e che siano, inoltre, sufficientemente sviluppate da far ripartire il ciclo dell’accumulazione ovunque.
Gli USA fecero, come noto, ripartire il ciclo dell’accumulazione capitalistica sia in Europa che in Giappone. E lo fecero con due misure: prestando capitali e fornendo liquidità a tutti. Questi due fatti non sono una semplice solidarietà tra capitalisti, ma cambiano ulteriore quattro elementi del precedente equilibrio (e in totale arriviamo a cinque, un intero paradigma nuovo:
1) Smettono di esistere i vari paesi imperialisti che si contendono la spartizione del mondo, ma l’imperialismo si configura a un nuovo livello, come imperialismo collettivo di quegli stessi paesi, con però un unico potente centro mondiale, gli USA, da cui tutti gli altri dipendono per continuare a restare dalla parte di chi sfrutta il mondo sotto-sviluppato e non finire in quest’ultimo mondo (tra essi rimane ancora in vita la concorrenza, ma non è più in grado di mettere in discussione questa gerarchia imperialista). Nemmeno gli USA sono paragonabili alla precedente Gran Bretagna, che era, sì, più potente degli altri, ma non li dominava;
2) Il predominio USA sugli altri paesi imperialisti non è solo questione di “potenza interna”, ma si estende come una piovra grazie alle multinazionali, che investono direttamente negli altri paesi imperialisti, vi costruiscono filiali, si appropriano di aziende e capitali locali, determinando le condizioni produttive, gli standard produttivi e organizzativi, ecc. fino al punto di creare, lo vediamo oggi, un capitale trans-nazionale a dominio USA, con la conseguente scomparsa degli altri capitali a forte base nazionale (sfido a trovare oggi un solo significativo capitale completamente italiano, tedesco, ecc., per non dire di quello europeo, che in realtà non è mai esistito);
3) Il rapporto tra paesi dominanti e dominati cambia, non c’è più bisogno di colonie, ma il dominio e lo sfruttamento prendono le strade molto, più proficue, dell’esportazione di capitali, della schiavitù finanziaria, delle nuova minaccia delle portaerei e dell’atomica ecc.;
4) Si afferma una moneta mondiale, ciò che non era mai stata la sterlina. Una moneta fondata su presupposti economici, politici, commerciali, finanziari tali da rendere le transazioni e gli scambi mondiale enormemente più sicuri di quelli precedenti.
Tutti questi elementi, delineano il nuovo equilibrio scaturito dalla crisi-guerra. E tutti insieme costituiscono anche un’enorme innovazione rispetto alla fase precedenti: il mercato mondiale non è più limitato al “commercio estero” di merci, ma assume i caratteri di un vero e proprio mercato capitalistico in cui circolano liberamente i capitali e, almeno tendenzialmente, si conquistano l’accesso allo sfruttamento diretto di tutte le forze-lavoro mondiali.
È stato un processo lungo, che ha trovato compimento con la caduta della “cortina di ferro” e il coinvolgimento della Cina nelle catene del valore globale.
Il mercato mondiale capitalistico delineato in teoria come una necessità per lo sviluppo del capitale esiste, dunque, nel suo modo concreto alle condizioni attuali: un blocco imperialista con un centro in un paese, potente sopra tutti da ogni punto di vista, in grado di svolgere la funzione di cassaforte finanziaria mondiale, ma anche mercato di consumo principale sia come quantità assorbite di merci, sia, e soprattutto come capacità di decidere le caratteristiche e gli standard di tutte le merci che circolano nel mondo, e anche dominante le forze produttive divenute decisive (l’alta tecnologia), nonché emettitore della moneta indispensabile ai commerci e come moneta di riserva. Per potere svolgere questa funzione, nell’interesse di “tutti” i capitalisti del mondo, c’è, ovviamente, una piccola condizione: che la stragrande parte dei profitti mondialmente prodotti vi siano centralizzati direttamente con le multinazionali o indirettamente con il potere finanziario, e inoltre, che, per garantire la stabilità del dollaro, possa vivere con un debito complessivo enorme, in quanto finanziato da tutti gli altri. Insomma, un paese con un privilegio esorbitante su tutti gli altri, ma di cui tutti gli altri hanno bisogno. Perché se gli USA dovessero patire una crisi profonda, non andrebbero in crisi solo loro, ma crollerebbe il mercato mondiale capitalista, si bloccherebbero tutti gli scambi e, di conseguenza, la produzione mondiale.
Il passo in avanti nella direzione del mercato mondiale capitalistico da semplice commercio delle merci a vero e proprio mercato dei capitali (nato con l’esportazione dei capitali ma andato molto oltre questa) e del lavoro, nonché l’apparire di una moneta veramente mondiale hanno consentito al capitale la straordinaria crescita dei “trenta gloriosi” anni dopo la fine del secondo conflitto mondiale, ma gli hanno anche permesso di “risolvere” la classica crisi che si era ripresentata nella prima metà degli anni Settanta. Rimosso il limite dell’ancoraggio del dollaro all’oro, la soluzione alla crisi è stata trovata nel trasferire gran parte della produzione nei paesi sottosviluppati (la cosiddetta “globalizzazione”), sfruttando una manodopera meno costosa, e trasferendovi delle forze produttive ormai obsolete. La dotazione di nuove forze produttive a questi paesi vi ha innescato una lotta di classe simile a quella sviluppatasi in Europa e negli USA fino agli anni Sessanta. Questi paesi sono stati, perciò, sospinti dai conflitti di classe interni a cercare di utilizzare le forze produttive non solo per alimentare i profitti imperialisti, ma anche per sé stessi. I primi paesi coinvolti nel processo furono le “tigri asiatiche”, che furono le prime anche cercare di trasformarsi in potenze capitalistiche “in proprio”. Con la crisi pilotata del 1997 furono annichilite. La delocalizzazione si concentrò, poi, verso la Cina, paese che offriva non solo una manodopera, oltre che a basso costo, già sufficientemente qualificata, ma anche la possibilità di sviluppare un intero ambiente favorevole all’attività industriale e con costi bassi. La scelta non solo ha permesso di rinviare ulteriormente la crisi (riaffacciatesi nel 2008), ma anche una nuova generale crescita sia dei profitti che della produzione. Nel frattempo la crescita del proletariato cinese ha indotto un conflitto di classe in quel paese che a reso indispensabile al governo e allo Stato il tentativo di ridurre il flusso dei profitti verso l’Occidente per potere realizzare un suo proprio maggiore sviluppo. Annichilire la Cina come si era fatto con le “tigri” non è possibile. Il tentativo è ancora in corso e forse sarà indispensabile portarlo a livello di guerra.
Se le caratteristiche del nuovo equilibrio post-1945 sono state, nell’essenziale, delineate correttamente, bisogna ora chiedersi quale nuovo equilibrio incuba all’interno della crisi attuale del capitale che non solo non si arresta, ma diventa sempre più profonda?
Si dovrebbe esaminare una serie di fattori singolarmente e nel loro intreccio. Limitiamoci a vedere questi fattori sulle questioni che si sta trattando.
Quando si dice, che siamo in una situazione di sovraproduzione di sovra-capacità produttiva, ci si riferisce alla difficoltà del capitale di riprodurre nel suo insieme i cicli di accumulazione. Si sta quindi, prendendo in considerazione solo la parte di mondo che già possiede forze produttive massicce, che siano dislocate nel proprio paese o delocalizzate altrove. Nello stesso momento in cui questa sovra-capacità si manifesta, i paesi che non fanno parte di questa cerchia ristretta, non si trovano in una situazione di sovra-capacità di forze produttive, ma al contrario hanno la necessità di incrementare quelle povere o nulle di cui dispongono. Ancora una volta questa contraddizione era già inserita nella teoria del capitale, da cui emergeva che la natura di questo modo di produzione è procedere di continuo a uno sviluppo enorme delle forze produttive, ma allo stesso tempo di sottometterle al “regime della proprietà privata”, secondo cui chi le sviluppa e le detiene ne limita la diffusione allo scopo di usarle per accrescere i propri profitti.
Il movimento operaio degli albori si poneva l’obiettivo di socializzare le forze produttive, finito come e dove sappiamo. La rivoluzione di Ottobre provò a risolvere lo stesso problema, ma di forze produttive da socializzare ve ne erano nella Russia dopo la rivoluzione e (soprattutto) la guerra civile, ben poche, e fallita la rivoluzione socialista in Europa (in particolare in Germania) che avrebbe potuto fornirle gratis alla Russia e a tutto il mondo, la Russia dovette dedicarsi di costruire da sola le forze produttive, con una rincorsa permanente e eguagliare la produttività di quelle dell’Occidente che è finita non certamente bene.
La Cina, in quanto è perfettamente consapevole che le forze produttive minacciate di distruzione sono le sue e non certo quelle USA, come si vede dalla caterva di sanzioni, dazi e provocazioni ecc., e come ciò potrebbe essere realizzato ancora meglio con una crisi della Cina o con la sua distruzione. Ma, qui, un altro aspetto che conferma quanto detto, la Cina si è posta da anni alla testa di un processo lento, ma costante, di costituzione di un fronte accomunato sulla ricerca di un maggior sviluppo, che unisce chi qualche gradino di sviluppo lo hanno salito (come Cina, Russia e Brasile) a tanti altri che sono stati tenuti dall’imperialismo nelle condizioni di sotto-sviluppo, se non proprio distrutti con guerre di ogni tipo. Se si guarda all’insieme delle politiche di Cina, Russia e dei BRICS e all’interesse crescente che conquistano nel resto del mondo, si può dire che la questione si va facendo davvero importante a scala internazionale. Quando si dice importante non significa riconoscere meriti particolari a nessuno, ma oggettivamente importante, nel senso che una enorme parte di mondo che è riuscita a vivere nel sotto-sviluppo fino a ora, non può più continuare a farlo. Non perché stiano emergendo borghesie più accanite, ma perché nelle loro società i conflitti di classe si fanno più minacciosi.
Da un lato c’è un mondo che soffre la sovra-capacità, dall’altro uno che soffre la sotto-capacità. Da un lato c’è un mondo che soffre per l’eccesso di sviluppo, dall’altro un mondo che soffre per la sua mancanza o debolezza.
Ora, se l’equilibrio post-1945 sta andando in crisi, e se esso ha messo in movimento le forze che si contendono nel mondo suddetto il conflitto sulla questione dello “sviluppo” e della diffusione delle forze produttive, quale è il nuovo equilibrio che potenzialmente può emergere dalla deflagrazione del primo, che sta diventando possibile?
Se si guarda alle forze in campo, abbiamo oggi?
1) Un polo che si batte per rinnovare l’equilibrio post-1945, mercato mondiale capitalistico con centro imperialista centro imperialista collettivo, e che, infatti, avvertendo il rischio di scomparsa, si arrocca sempre più nel paese che la domina (“de-industrializzazione” dell’Europa a vantaggio degli USA) e diventa sempre più aggressivo, fino alla probabilissima esplosione di un conflitto mondiale generalizzato;
2) Un polo di paesi completamente capitalisti (al di là di certe autodenominazioni “socialiste”) che per uscire dal semi o sotto-sviluppo premono per ridurre il privilegio esorbitante degli USA e a cascata, dei loro vassalli, e il massimo obbiettivo che possono porsi è di transitare di transitare a un mercato mondiale capitalistico senza centro imperialista che lo domina, un mercato capitalistico “democratico”.
Ora si potrebbe (giustamente) discutere se un mercato mondiale capitalista senza un centro imperialista possa concretamente esistere. Di sicuro, se gli USA uscissero sconfitti da un’eventuale guerra o a causa di una pesante crisi che non riescono più a scaricare sugli altri, nessun altro paese al momento possiede le condizioni per prenderne il posto. Non la cosiddetta “Europa”, non i suoi paesi, né il Giappone che sarebbero trascinati pesantemente nella soccombenza degli USA. Ma neanche la Cina, come tanti amano credere, poiché la Cina è lontanissima dalle condizioni differenziali di sviluppo degli USA nel 1945, e non potrà raggiungerla mai, soprattutto per l’enorme massa di lavoratori delle campagne, che non può trasformare in lavoratori altamente produttivi e neanche disfarsene o eliminare in massa. Stiamo parlando di 600-700 milioni di cinesi. Quindi, il mondo nuovo che può emergere è un mondo, che, di sicuro, non potrà avere la stessa stabilità capitalista che ha avuto negli ultimi 80 anni, cambiando semplicemente i ruoli dei paesi.
C’è da chiedersi se l’equilibrio precedente non regge più e se un nuovo equilibrio non è possibile o sarebbe altamente instabile, può emergere un terzo equilibrio? Oppure può emergere una situazione che imponga la necessità di fare a meno del Capitale e dei suoi equilibri, mettendo in moto le forze sociali e politiche necessarie allo scopo?
La risposta, ovviamente, non è semplice, per questo motivo è consigliabile, aborrire le semplificazioni, soprattutto quelle più consolatorie. Bisogna approfondire tutto ciò che aiuta a comprendere come il capitalismo possa essere finalmente superato.
Collettivo Comunista Metropolitano - Milano
4 ottobre 2024